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Petrolio oltre 100 dollari, cresce la tensione

Saverio Berlinzani
September 11, 2026

WALL STREET, RISK OFF IN VISTA?


Nella seduta di ieri, giovedì 10 settembre 2026, Wall Street ha chiuso in calo generalizzato, registrando la quarta sessione consecutiva in territorio negativo.


I mercati statunitensi hanno sofferto la pressione esercitata dall'impennata del prezzo del greggio e dal rialzo dei rendimenti obbligazionari, fattori che hanno alimentato i timori di un nuovo aumento dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve.


Il Dow Jones ha ceduto lo 0,60%, l'S&P 500 ha chiuso in calo dello 0,58% e il Nasdaq ha perso lo 0,65%. Debole anche il Russell 2000, indice di riferimento per le piccole e medie capitalizzazioni.


LE RAGIONI DEL CALO


Le crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il rischio di un'escalation del conflitto con l'Iran hanno spinto il Brent oltre i 105 dollari al barile, con un'accelerazione che lo ha portato fino in area 108 dollari.


Questa dinamica accentua i timori inflazionistici e continua a pesare negativamente sui listini azionari.


Contemporaneamente, i rendimenti dei Treasury hanno registrato un forte rialzo, con il decennale balzato al 4,95%, nuovo massimo degli ultimi anni. Una situazione che penalizza in particolare il comparto tecnologico.


A influenzare il sentiment degli investitori hanno contribuito anche i dati macroeconomici pubblicati ieri. L'Indice dei Prezzi alla Produzione (PPI) di agosto è risultato in crescita e sostanzialmente in linea con le attese, confermando tuttavia la persistenza delle pressioni sui prezzi, soprattutto a causa dell'aumento dei costi energetici.


L'attenzione degli operatori è ora rivolta al dato chiave sull'inflazione statunitense, con la pubblicazione dell'Indice dei Prezzi al Consumo (CPI) prevista nel pomeriggio, che potrebbe fornire indicazioni decisive sulle prossime mosse della Fed.


Nel frattempo, la BCE ha proceduto a un rialzo dei tassi di 25 punti base. Una decisione che arriva in un contesto di rallentamento economico e che alimenta i timori di una possibile fase di stagflazione qualora l'attuale scenario dovesse protrarsi nel tempo.


LE VALUTE


Sul mercato valutario, i principali cambi restano complessivamente sotto controllo.


L'Eur/Usd oscilla tra 1,1590 e 1,1650, mostrando una lieve flessione rispetto alle ultime sedute. Il movimento riflette il ritorno del dollaro al suo tradizionale ruolo di valuta rifugio nelle fasi di avversione al rischio.


Anche l'Usd/Jpy ha reagito, con il biglietto verde tornato sopra quota 154,00. Tuttavia, potrebbe trattarsi di un movimento temporaneo.


La tendenza di fondo resta infatti favorevole allo yen. Osservando i grafici di medio e lungo periodo, il recente rafforzamento della valuta giapponese potrebbe rappresentare soltanto l'inizio di una fase di recupero più ampia.


Le valute oceaniche sono invece in correzione, proprio a causa del rafforzamento del dollaro. Per Aud/Usd e Nzd/Usd i principali livelli di supporto restano rispettivamente in area 0,7120 e 0,5760.


Sorprende invece il comportamento del franco svizzero. Nonostante il ritorno dell'avversione al rischio, la valuta elvetica non ha mostrato particolari segnali di forza e ha perso terreno contro l'euro, con Eur/Chf risalito verso 0,9440 e Usd/Chf sopra quota 0,8120.


PETROLIO ALLE STELLE


Venerdì il prezzo del petrolio WTI si è avvicinato ai 103 dollari al barile, avviandosi a chiudere la settimana con un rialzo superiore al 12%, il maggiore da metà luglio.


Alla base del movimento vi è l'escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran, che continua ad alimentare le preoccupazioni per possibili interruzioni prolungate delle forniture energetiche globali.


Secondo diverse indiscrezioni, alti funzionari statunitensi avrebbero avvertito il presidente Donald Trump che il conflitto potrebbe protrarsi fino al termine del suo mandato, previsto per gennaio 2029.


Dal canto suo, Teheran avrebbe ribadito l'intenzione di proseguire il confronto, nonostante i crescenti costi economici, considerandolo una questione esistenziale per il Paese.


Le autorità iraniane sostengono inoltre di aver ricostruito le proprie capacità missilistiche e di poter intensificare gli attacchi contro obiettivi statunitensi e dei Paesi del Golfo qualora Washington decidesse di aumentare ulteriormente la pressione militare.


Nelle ultime due settimane i combattimenti si sono intensificati. Gli Stati Uniti hanno colpito petroliere iraniane, mentre l'Iran ha lanciato missili contro navi da guerra e petroliere statunitensi nel Golfo Persico, oltre che contro obiettivi americani presenti nell'area.


GOLD


L'oro si mantiene stabile, pur mostrando un leggero rafforzamento, attestandosi intorno ai 4.300 dollari l'oncia dopo il calo di quasi il 2% registrato nella sessione precedente.


Gli investitori restano in attesa della pubblicazione dell'Indice dei Prezzi al Consumo statunitense, dato che potrebbe influenzare in modo significativo le aspettative relative alla prossima riunione della Federal Reserve.


I dati diffusi ieri hanno mostrato un'accelerazione dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti durante il mese di agosto, sostenuta soprattutto dall'aumento dei costi energetici.


Il mercato attribuisce ora una probabilità di circa il 71% a un rialzo dei tassi di 25 punti base da parte della Fed nella prossima riunione, rispetto al 61% registrato prima della pubblicazione del PPI.


L'oro continua inoltre a subire la pressione derivante dal forte aumento del prezzo del petrolio e dal contestuale rialzo dei rendimenti obbligazionari.


Gli asset privi di rendimento, come il metallo giallo, tendono infatti a risultare meno attraenti quando i tassi e i rendimenti salgono.


Su base settimanale, l'oro si avvia a chiudere in calo di oltre il 2%, registrando la terza settimana consecutiva di ribassi.


Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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