FED, LA SETTIMANA CHIAVE
Inizia oggi la settimana della Fed, quella in cui la banca centrale americana sarà chiamata a risolvere il rebus dei tassi di interesse. Più precisamente, il giorno fatidico sarà mercoledì prossimo.
Il mercato e le principali istituzioni finanziarie stimano ormai una probabilità superiore all'85-90% di un rialzo dei tassi di interesse di 25 punti base. La stretta monetaria si è resa necessaria a causa di un'inflazione core mensile superiore alle attese (0,3% rispetto allo 0,2% previsto) e di un mercato del lavoro ancora molto solido.
C'è però altrettanta attesa per le dichiarazioni del presidente Kevin Warsh, dalle quali si cercherà di capire se, da qui a fine anno, vi sarà un solo intervento o se ne seguiranno altri.
Questa sarà anche la settimana dei dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti, oltre che della produzione industriale dell'Eurozona e di importanti dati macroeconomici provenienti dalla Cina.
Wall Street, venerdì scorso, ha chiuso in positivo dopo alcune sedute caratterizzate dall'incertezza, con il Dow Jones in rialzo dell'1,10%, il Nasdaq dello 0,85% e l'S&P 500 dello 0,89%.
A confermare questa ripartenza è stato anche l'indice VIX, stabilizzatosi sopra quota 15, ben lontano però dalla cosiddetta "soglia della paura", individuata a quota 20.
PETROLIO ALLE STELLE
Eppure, osservando il petrolio, dovremmo riconoscere che la paura sui mercati comincia a farsi sempre più presente a causa delle rinnovate tensioni in Medio Oriente.
Il Brent è salito verso i 108 dollari al barile, il livello più alto degli ultimi quattro mesi, dopo un rally di oltre il 9% registrato la scorsa settimana. A sostenere i prezzi è stata la chiusura di un importante oleodotto da parte dell'Arabia Saudita in seguito ad attacchi con droni, che hanno interrotto una rotta strategica per aggirare lo Stretto di Hormuz.
L'Arabia Saudita ha sospeso le operazioni dell'oleodotto East-West a scopo precauzionale dopo gli attacchi di giovedì, senza fornire indicazioni sui tempi di ripristino.
Nel frattempo, i colloqui tra l'Iran e diversi Paesi del Golfo per la creazione di un corridoio di navigazione temporaneo attraverso Hormuz sono stati rinviati, come dichiarato dal ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Albusaidi.
Secondo alcune indiscrezioni, l'Arabia Saudita avrebbe espresso perplessità sulla proposta, mentre il Bahrein avrebbe già comunicato la propria mancata partecipazione.
La chiusura dell'oleodotto East-West ha evidenziato la sua importanza per il mantenimento dei flussi energetici in Medio Oriente, mentre Stati Uniti e Iran restano in una situazione di stallo per il controllo dello Stretto di Hormuz.
VALUTE
Torna a rafforzarsi il biglietto verde, sostenuto dalla maggiore appetibilità della valuta statunitense in vista del rialzo dei tassi atteso per mercoledì.
L'indice del dollaro è salito verso quota 99,5, registrando un rialzo per la quarta sessione consecutiva. I mercati prezzano attualmente una probabilità dell'86% che la Fed aumenti il tasso di riferimento di 25 punti base, con la possibilità di un ulteriore rialzo entro la fine dell'anno.
I dati pubblicati venerdì hanno mostrato che l'inflazione negli Stati Uniti è rimasta stabile al 3,4% ad agosto, in linea con il dato di luglio e con le aspettative del mercato. L'inflazione core, invece, è risultata superiore alle previsioni, con un aumento dello 0,3% su base mensile.
Anche i prezzi alla produzione hanno registrato un'accelerazione, mentre i dati sul mercato del lavoro continuano a evidenziare una significativa resilienza dell'occupazione.
L'EUR/USD è sceso a 1,1560, mentre il Cable (GBP/USD) ha perso terreno fino a quota 1,3500.
Anche l'USD/JPY, pur rimanendo inserito in una tendenza ribassista per le note ragioni legate agli interventi delle banche centrali sulla valuta giapponese, è risalito fino a quota 154,00.
Le valute oceaniche sono in ribasso, con l'AUD/USD a ridosso del supporto di 0,7130 e il NZD/USD tornato a quota 0,5780.
Tiene invece l'EUR/CHF che, nonostante il clima di risk-off legato alle attuali tensioni geopolitiche, rimane sopra quota 0,9450.
Anche l'USD/CAD è tornato sopra 1,3870.
La sensazione è che vi sia ancora domanda di dollari fino a mercoledì; successivamente, secondo il principio del "buy the rumor, sell the news", il biglietto verde potrebbe tornare a indebolirsi, soprattutto nei confronti dello yen.
DOLLARO IN RIALZO, ORO IN CALO
L'oro, intanto, ha registrato una lieve flessione, pur mantenendosi sopra il supporto di 4.300 dollari l'oncia.
Dopo tre settimane consecutive di ribassi, il metallo prezioso continua a risentire dell'impennata dei prezzi del petrolio, della forza del dollaro e delle aspettative di una politica monetaria più restrittiva da parte della Federal Reserve.
Non vanno inoltre dimenticati i rendimenti dei titoli di Stato, che risultano più attraenti grazie a cedole e interessi più elevati, mentre l'oro, come noto, non offre alcun rendimento.
I principali supporti di lungo termine si collocano in area 3.960 dollari l'oncia. Una loro eventuale violazione potrebbe aprire scenari molto diversi, con possibili target anche in area 3.500 dollari.
SETTIMANA ENTRANTE
Per quanto riguarda i dati economici, gli Stati Uniti pubblicheranno le vendite al dettaglio, la bilancia commerciale e la produzione industriale.
Anche le decisioni di politica monetaria nel Regno Unito e in Giappone saranno osservate con particolare attenzione dagli operatori.
Nel Regno Unito sarà una settimana particolarmente ricca di dati, tra cui inflazione, salari e vendite al dettaglio.
La Germania pubblicherà l'indice di fiducia ZEW, mentre nell'Eurozona ci sarà attesa per i dati relativi al commercio di beni e alla produzione industriale.
Dalla Cina arriveranno invece numerose indicazioni rilevanti, tra cui i dati sulla produzione industriale, sulle vendite al dettaglio, sulla disoccupazione, sui prezzi delle abitazioni e sugli aggregati creditizi.
Infine, è previsto anche l'incontro dei BRICS.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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