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Mercati sui massimi tra crisi reale e illusioni

Saverio Berlinzani
April 20, 2026

AZIONARIO E REALTÀ, IL DILEMMA

 

Venerdì gli indici azionari statunitensi avevano toccato nuovi massimi storici, dopo che l’Iran aveva annunciato l’apertura dello Stretto di Hormuz alle navi commerciali non iraniane, attenuando i timori di stagflazione legati alla crisi energetica.

 

L’S&P 500 aveva chiuso a +1,2%, il Nasdaq 100 a +1,5% e il Dow Jones a +1,9%. Contestualmente, i prezzi del petrolio greggio e dei prodotti raffinati erano crollati, dopo le dichiarazioni congiunte dell’Iran e del presidente Trump sulla ripresa del traffico delle petroliere nello Stretto persiano.

 

Questo aveva aperto la strada al ripristino dei normali livelli di approvvigionamento energetico, dopo lo shock innescato dal conflitto. Le probabilità di un accordo sembravano addirittura aumentate quando il presidente statunitense aveva affermato che l’Iran avrebbe chiuso il proprio programma nucleare.

 

I titoli legati all’intelligenza artificiale avevano registrato un forte rialzo grazie al ritorno dell’appetito per il rischio, che aveva sostenuto i settori più speculativi. Amazon, Microsoft, Nvidia e Tesla avevano guadagnato oltre l’1%.

 

I tre principali indici si avviavano così a chiudere la terza settimana consecutiva con rialzi superiori al 3%.


Ma, come spesso accaduto anche in passato, è bastato poco per riaccendere la tensione. Una nuova dichiarazione del presidente Trump, secondo cui l’Iran non avrebbe intenzione di abolire il proprio programma nucleare, ha portato alla ripresa del blocco navale.

 

Lo slancio verso una pace duratura, che sembrava essersi consolidato alla fine della scorsa settimana, si è sciolto rapidamente, tanto che i funzionari iraniani hanno annullato la riapertura dello Stretto di Hormuz.

 

Nel frattempo, il presidente Trump ha dichiarato che i negoziatori statunitensi si recheranno in Pakistan lunedì per il prossimo round di colloqui. Nel balletto di dichiarazioni contraddittorie e spesso fuorvianti, non si può escludere che il clima torni più disteso una volta che le delegazioni si saranno effettivamente incontrate.

 

Nel frattempo, Wall Street continua a festeggiare, in una condizione di evidente scollamento dalla realtà che non si può ignorare.

 

Lo Stretto di Hormuz è di fatto sotto il controllo iraniano, che decide chi può transitare, mentre poco oltre, nel Golfo di Oman, la marina statunitense è schierata nel più significativo blocco navale degli ultimi cinquant’anni.

 

Si tratta di un contesto di potenziale scontro che sembra non riguardare i mercati azionari statunitensi, i quali continuano a raccontare una realtà completamente diversa.

 

L’opinione pubblica non considera che il Brent con consegna tra un paio di mesi quota intorno ai 100 dollari al barile, mentre il prezzo spot del barile fisico, non finanziario, è di circa 140 dollari.

 

Questo significa che i mercati non stanno affatto prezzando la prosecuzione del conflitto, un’ipotesi che però non può essere esclusa. Le probabilità di una riapertura dello Stretto non sono in aumento e l’incertezza resta totale.

 

Questa discrepanza tra mercati finanziari e realtà dura ormai da anni, ed è bene ricordarlo. Nel passato recente si sono sempre trovate soluzioni, come durante la crisi del 2009 o quella legata alla pandemia del 2020. Alla fine di quegli eventi, il mercato ha sempre avuto ragione sulla realtà.

 

Sarà così anche questa volta, oppure ci stiamo avvicinando a un cambiamento epocale?

 

La crisi energetica è reale e rilevante in termini numerici. Proprio i numeri sembrano indicare una crisi imminente, considerato che a breve potrebbero scarseggiare le scorte di cherosene per l’aviazione, con il rischio di un blocco epocale del traffico aereo civile in Occidente e non solo.

 

Eppure Wall Street continua a festeggiare. La chiave di lettura è che i mercati stanno puntando tutto sulla vittoria diplomatica del presidente Trump, che negli ultimi mesi ha oscillato tra posizioni aggressive e concilianti, generando forte incertezza tra gli operatori.

 

Questa ambiguità sembra creare tensioni non solo sui mercati, ma anche all’interno della sua stessa coalizione politica. Il fattore tempo gioca infatti contro l’amministrazione statunitense, che spende oltre 2 miliardi di dollari al giorno per sostenere una guerra che doveva essere rapida e che rapida non è stata.

 

Quali saranno le conseguenze sul debito pubblico americano in un possibile contesto di crisi di fiducia? E quali gli effetti su crescita e inflazione, che potrebbero spingere il mondo occidentale verso una stagnazione accompagnata da tassi in aumento per combattere l’inflazione generata dalla crisi energetica e dall’impennata dei prezzi del petrolio, ovvero la stagflazione?

 

Di fronte a questo scenario, Wall Street continua a infrangere nuovi massimi, scommettendo che tutto ciò possa risolversi in un ritorno alla crescita, trainata dal settore tecnologico. Un settore che oggi quota multipli compresi tra 30 e 60 volte gli utili.

 

Ma è forse in atto un tentativo di contrastare la Cina, vero antagonista strategico degli Stati Uniti, che da tempo ha avviato un processo di de‑dollarizzazione globale?

 

Pechino lavora da anni per ridurre il ruolo del dollaro come valuta di riferimento globale, stringendo alleanze nell’ambito dei BRICS, acquistando massicciamente oro e riducendo l’esposizione al debito statunitense, con l’obiettivo di arrivare a una forma di nuovo gold standard, in contrapposizione alle valute fiat fortemente inflazionate.

 

Riuscirà l’Occidente a uscire da questa crisi di identità prima che sia troppo tardi, seppur attraverso un azzardo morale che dura da oltre trent’anni, fatto di politiche monetarie ultra‑espansive e “stampanti di denaro” sempre accese? Oppure siamo di fronte al tramonto dell’impero nato con Bretton Woods?

 

E il movimento dei mercati azionari è forse l’ultimo canto del cigno, il tentativo disperato di attirare capitali offrendo rendimenti che nessun altro può garantire, prima di un ipotetico crollo?

 

Sappiamo che i sostenitori delle due tesi opposte si comportano come tifosi, poco inclini al confronto. Ma forse è giunto il momento di aprire davvero gli occhi e provare a capire dove si muoveranno i mercati nei prossimi anni.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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